Il Mostro di Stefano Sollima: tra realtà, paura e memoria collettiva

Il Mostro di Stefano Sollima: tra realtà, paura e memoria collettiva

Tra le uscite più attese dell’autunno 2025 su Netflix, Il Mostro di Stefano Sollima rappresenta un punto di svolta nel panorama del true crime italiano. Non solo perché affronta con coraggio e rigore uno dei casi più oscuri della nostra cronaca (quello del cosiddetto “Mostro di Firenze”) ma perché lo fa con uno sguardo cinematografico maturo, lontano dal sensazionalismo e vicino alla riflessione storica e psicologica.

Sollima, già autore di successi come Romanzo Criminale – La serie, Suburra e Sicario: Day of the Soldado, dimostra ancora una volta la sua capacità di raccontare il male non come spettacolo, ma come struttura della società. In questa miniserie di otto episodi, co-scritta con Leonardo Fasoli, il regista porta avanti una narrazione che unisce precisione documentaria e tensione emotiva, fondendo la cronaca alla tragedia umana.

Un caso che ancora oggi fa paura

Il “Mostro di Firenze” è un nome che evoca ancora oggi angoscia, mistero e morbosità. Tra il 1968 e il 1985, una serie di duplici omicidi sconvolse la Toscana: coppie di giovani amanti venivano assassinate mentre si trovavano appartate nelle campagne, sempre con la stessa arma, una Beretta calibro 22. L’Italia intera visse anni di terrore, in un clima di sospetto e paranoia che i media amplificarono a dismisura.

Sollima sceglie di non fare della serie un “giallo” classico. Non cerca un colpevole, ma racconta il sistema di errori, paure e ossessioni che permise al mito del “mostro” di crescere fino a diventare leggenda popolare. Il suo punto di partenza è chiaro: non esiste una verità unica, ma tante verità parziali, spesso manipolate da media, forze dell’ordine e opinione pubblica.

Registicamente, Il Mostro, infatti, è un’opera di grande equilibrio. Sollima rinuncia all’estetica spettacolare che contraddistingue molte produzioni crime internazionali e costruisce un linguaggio visivo sobrio, essenziale, quasi documentaristico. La fotografia, firmata da Paolo Carnera, restituisce una Toscana lontana dalle cartoline turistiche: un paesaggio cupo, opaco, intriso di silenzi e di ombre, dove ogni collina sembra custodire un segreto.

L’approccio registico si traduce anche in una gestione del tempo e del ritmo volutamente dilatata. Gli episodi alternano sequenze di indagine, testimonianze e ricordi, evitando la linearità. Ne nasce una struttura frammentaria ma coerente, che rispecchia il caos delle inchieste reali e la frammentazione della memoria collettiva.

Sollima sceglie inoltre di dare ampio spazio ai personaggi femminili, e in particolare alla figura della sostituta procuratore Silvia Della Monica, interpretata da Liliana Bottone. È lei la voce che tenta di riportare il discorso sulla verità, sul rispetto delle vittime e sul ruolo della giustizia in una società patriarcale.

In un contesto dominato da uomini (investigatori, giornalisti, sospettati) la Della Monica diventa simbolo di un’Italia che tenta di emanciparsi dal maschilismo strutturale e dall’inerzia delle istituzioni.

La trama: un mosaico di verità e bugie

La trama della serie copre quasi vent’anni di storia italiana, intrecciando i diversi momenti dell’indagine e i sospetti che si sono susseguiti nel tempo. A partire dal primo omicidio del 1968, la narrazione segue le figure dei presunti colpevoli (Stefano Mele, Giovanni Mele, Francesco Vinci, Salvatore Vinci e, in seguito, Pietro Pacciani) restituendo un quadro complesso in cui ogni indizio sembra contraddirne un altro.

Sollima e Fasoli non si limitano a ricostruire i fatti: li reinterpretano alla luce del contesto sociale e culturale dell’epoca. L’Italia del boom economico, del provincialismo e della morale cattolica, diventa lo sfondo di una violenza che non è solo individuale, ma collettiva. L’“altro” (il diverso, il povero, il contadino) diventa facilmente il capro espiatorio. La serie mostra come la paura e il pregiudizio abbiano plasmato le indagini più della logica e della scienza.

In merito al cast de Il Mostro è composto in gran parte da interpreti emergenti, scelta che contribuisce alla credibilità e alla freschezza della narrazione:

  • Liliana Bottone, nel ruolo della Della Monica, offre una prova densa e misurata, capace di trasmettere l’ambiguità di una donna combattuta tra empatia e dovere.
  • Marco Bullitta presta corpo e inquietudine a Stefano Mele, il primo sospettato della lunga catena di delitti.
  • Francesca Olia interpreta Barbara Locci, figura chiave nel primo omicidio e simbolo di una femminilità repressa e giudicata.

Accanto a loro troviamo Valentino Mannias, Giacomo Fadda e Antonio Tintis, che incarnano con autenticità il mondo rurale toscano di quegli anni: superstizioso, chiuso, oppresso dal peso del giudizio sociale. L’assenza di grandi nomi noti al pubblico internazionale è una scelta deliberata di Sollima, che preferisce attori capaci di “sparire” nei personaggi e rendere più credibile il racconto.

Uno degli aspetti più affascinanti della serie è la rappresentazione della Toscana, come luogo sospeso nel tempo, fatto di campagne buie, paesi immobili, case coloniche avvolte nella nebbia. La fotografia e le scenografie restituiscono un senso di isolamento e claustrofobia che amplifica la tensione narrativa.

Conclusione

Il Mostro di Stefano Sollima è molto più di una serie crime: è un’indagine sulla memoria collettiva, una riflessione sull’errore e sull’ambiguità, un racconto sull’Italia e sulla sua incapacità di guardarsi allo specchio. Con una regia elegante, una fotografia evocativa e un cast coeso, la serie riesce a coniugare intrattenimento e pensiero critico, emozione e analisi.

In un panorama televisivo spesso dominato da cliché e format ripetitivi, la mia serie rappresenta un segnale importante: la maturità del racconto seriale italiano e la possibilità di affrontare i traumi del passato con rispetto, lucidità e coraggio.

Se sei appassionato di true crime, di storie che scavano nell’animo umano e di narrazioni che non si accontentano di “spiegare”, ma vogliono “capire”, Il Mostro è una visione obbligata. Una serie che, come i migliori noir, non chiude le porte ma le spalanca sul buio, invitandoci a guardarci dentro.


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